|
FESTA della SENSA
20 maggio 2007 |
|
Le origini della Festa della Sensa
affondano le radici nella storia di Venezia, e più precisamente
nell'episodio che vede il doge Ziani fungere da mediatore tra il
Papa Alessandro III e l'imperatore Federico Barbarossa.
La leggenda vuole che il Papa, a suggello e ricompensa dell'azione
diplomatica svolta dalla Serenissima, e culminata nella pace di
Venezia del 1177, grazie all'incontro tra papa e imperatore
avvenuto a Venezia proprio il giorno dell'Ascensione, abbia
conferito alla città numerosi privilegi: l'uso della spada, del
cero, della bolla, degli stendardi, della sedia curile, delle
trombe d'argento, la concessione di un'indulgenza a San Marco per
la festa dell'Ascensione.
Tra questi, anche la facoltà di "sposare il mare" , come segno di
dominio e investitura ufficiale del predominio che di fatto la
Repubblica già esercitava sui mari.
Con questo articolato rito il Serenissimo Doge voleva dimostrare
il fondamento giuridico del dominio del golfo.
Probabilmente la cerimonia, al di là della leggenda e della
tradizione, aveva precedenti origini bizantine, oppure si
innestava su antichi riti pagani propiziatori. Il doge, con il
seguito, si imbarcava sul Bucintoro e, raggiunta la bocca di porto
di San Nicolò, gettava in mare un anello d'oro.
Il Bucintoro era seguito da un folto e colorato corteo di barche
ornate a festa, con i rappresentanti dei mestieri e delle
principali corporazioni cittadine.
|
|

|
|
Era l'imbarcazione di rappresentanza della Serenissima ed evocava,
coi suoi addobbi sfarzosi, il fasto e il prestigio della
Repubblica.
Era utilizzata nei cortei acquei per accogliere le ambascerie e le
più alte personalità dell'epoca, nelle feste e principalmente nel
giorno dell'Ascensione.
Aveva due piani: quello inferiore era per i rematori; quello
superiore, coperto da un baldacchino, che formava una grande sala
rivestita in velluto rosso con 90 seggi e 48 finestre, era
riservato alle massime autorità della Repubblica e culminava a
poppa con il fastoso trono del Doge.
L'ultimo esemplare di Bucintoro, varato nel 1728, era lungo circa
35 metri, con 42 remi e 168 rematori.
Alla caduta della Repubblica, nel 1797, le truppe francesi lo
saccheggiarono spogliandolo delle decorazioni.
Il giorno dell'Ascensione il Bucintoro veniva portato davanti alla
piazzetta: lì aspettava l'imbarco del doge e del Consiglio,
insieme agli ospiti illustri e agli ambasciatori stranieri.
Il corteo era composto dai comandadori, dagli scudieri, dai
canonici, dai chierici, dai cancellieri. Durante il viaggio i
musici della cappella marciana intonavano madrigali.
Superata l'isola di S. Elena, il Bucintoro veniva raggiunto da
un'imbarcazione col Patriarca che, salito a bordo, benediceva il
mare. Immediatamente dopo il doge gettava l'anello in acqua, a
suggello del matrimonio.
La Festa dell'Ascensione era uno dei momenti topici della
mondanità veneziana, soprattutto per la famosa Fiera che attirava
visitatori da tutta Europa.
Si svolgeva in Piazza San Marco, durava 15 giorni ed era
l'occasione per esporre merci rare, le ultime novità della moda,
esibire opere di artisti e curiosità di tutto il mondo.
Le migliaia di persone che accorrevano nella città lagunare
trasformavano l'avvenimento in un prolungamento del Carnevale, con
feste pubbliche e private, la riapertura dei teatri pubblici e la
possibilità di indossare le maschere.
|
|
 |
|
Per disciplinare il mercato furono costruite delle apposite
strutture lignee che ospitavano le botteghe, su più file.
La definitiva razionalizzazione avvenne nel 1777 con il progetto
di una apposita struttura a pianta elittica: costruita in legno e
senza uso di chiodi, veniva facimente smontata e rimontata.
Ospitava 114 botteghe ed era abbellita da statue, decorata a
marmorino e illuminata da 200 lampioni di cristallo.
Durò solo 20 anni poiché, con la caduta della Repubblica avvenuta
nel 1797, ne subì la stessa sorte: la distruzione.
|
|
|
IL REDENTORE 14-15
luglio 2007 |
Cade la terza domenica del mese di luglio, giornata in cui si
svolgono le sante messe, la funzione solenne presieduta dal
Patriarca e la processione religiosa.
Venezia nel XVI secolo, se dal
punto di vista politico stava perdendo il suo ruolo centrale,
dal punto di vista demografico era in continua espansione: coi
suoi 175.000 abitanti, era una delle città più popolose del
mondo.
Dal punto di vista culturale era
una delle capitali europee, dove pittori, scultori, architetti e
letterati rispondevano al nome di Tiziano, Tintoretto, Veronese, i
Bassano, Palladio, Sansovino, Pietro Aretino, Galileo Galilei. La
vivacità culturale era resa possibile da una notevole libertà di
pensiero, che faceva sì che molti intellettuali stranieri
perseguitati trovassero nella Serenissima una seconda patria.
Questo prima dell'infuriare del terribile morbo della peste.
Nel triennio 1575-1577 la Serenissima fu scossa dal flagello della
peste: favorito dall'altissima concentrazione di abitanti, il
morbo serpeggiò a lungo e inflisse delle perdite gravissime, con
una recrudescenza drammatica nei mesi estivi del secondo anno.
Le vittime furono quasi 50.000, più di un terzo dei suoi abitanti.
Il morbo si diffuse principalmente tra le classi povere, a causa
di una più diffusa promiscuità e di un tenore di vita precario.
All'inizio la gravità del fenomeno fu minimizzata, ma con
l'imperversare della pestilenza il governo dovette adottare misure
igienico-sanitarie molto restrittive: creò lazzaretti, fece
seppellire i morti con la calce, sequestrò case o addirittura
interi quartieri, disciplinò i contatti con l'esterno, riuscendo a
mantenere in vita le istituzioni.
Durante la pestilenza si aggiravano per le calli di Venezia due
figure particolari, che avevano a che fare con la malattia: il
medico e il pizzicamorti.
Il medico era esposto fortemente al rischio del contagio e doveva
prendere molte precauzioni: era coperto di una veste nera,
probabilmente di tela cerata, ben profumata di bacche di ginepro.
Il pizzicamorti era
invece il becchino, anche lui protetto da una casacca di tela
incatramata e spessi guanti, cui spettava l'ingrato compito di
trasportare i cadaveri degli appestati e bruciarli.
Portava guanti e una maschera che copriva il viso e i capelli con
un caratteristico naso adunco che conteneva aromatici
antidoti, avvertiva della sua presenza facendo tinnire i
campanelli di bronzo che portava alle caviglie.
Il Senato, il 4 settembre 1576, deliberò che il Doge dovesse
pronunciare il voto di erigere una chiesa dedicata al Redentore,
affinché lo stesso intercedesse per far finire la pestilenza. Ogni
anno la città si sarebbe impegnata a rendere onore alla basilica,
il giorno in cui fosse pubblicamente dichiarata libera dal
contagio, a perpetuo ricordo del beneficio ottenuto.
Il 3 maggio 1577, a peste non ancora ufficialmente debellata, fu
posta la prima pietra e il tempio votivo, opera di Palladio, fu
consacrato nel 1592 (12 anni dopo la morte del celebre
architetto). La facciata è caratterizzata da quattro gigantesche
colonne che reggono un grande timpano triangolare e sembra essere
su tre piani sovrapposti. L'interno è nello stesso tempo solenne e
semplice, con pianta a croce latina.
Il 13 luglio 1577 la pestilenza fu dichiarata definitivamente
debellata, e si decise, dunque, di festeggiare la liberazione
dalla peste la terza domenica del mese di luglio. All'aspetto
religioso della celebrazione si affiancò subito l'aspetto di festa
popolare, momento liberatorio dopo tanta tristezza.
Per attraversare il Canale della Giudecca e per consentire il
transito della processione, già nel primo anno fu allestito un
imponente ponte di barche, elemento caratterizzante della
festività. Attorno al ponte e al tempio votivo il vociare di gente
festante e gioiosa, a piedi o in barche riccamente addobbate,
conferiva alla festa anche un aspetto profano, dove alla devozione
popolare si accompagnavano piacere e divertimento.
Era una notte di veglia, la "notte famosissima", che si concludeva
solo con l'arrivo dell'alba.
Oggi, la tradizione vuole che al tramonto le imbarcazioni,
perfettamente addobbate con frasche e palloncini colorati e ben
illuminate, comincino ad affluire nel bacino di San Marco e nel
Canale della Giudecca. In barca, su tavoli appositamente allestiti
o su supporti di fortuna, si consuma un'abbondante cena a base di
piatti della tradizione veneziana.
Tra canti, balli e lazzi si resta in attesa dello spettacolo
pirotecnico, che inizia alle ore 23.30 e dura fino a mezzanotte
inoltrata. Quindi le barche tornano lentamente verso casa oppure
puntano, come vuole la tradizione, verso il Lido, in attesa
dell'alba.
I festeggiamenti religiosi ufficiali sono concentrati al sabato e
alla domenica.
Alle 10 di sabato si inaugura il ciclo di funzioni sacre - con la
"Santa Messa del Capitolo della Cattedrale e delle nove
Congregazioni del clero" - che continua nel pomeriggio e ha due
momenti topici nella funzione delle 19.30 (dopo l'apertura
ufficiale del ponte) e in quella delle 0.30 (dopo lo spettacolo
pirotecnico).
La domenica si svolgono altre 8 messe e la solenne Messa votiva
presieduta dal Patriarca alla presenza delle autorità cittadine,
funzione che si conclude con la processione col SS. Sacramento e
con la benedizione della città. |
|
HOME>>>
l'appartement>>>
the flat>>>
l'appartamento>>>
DECOUVREZ
VENISE>>>
ALTRE FESTE >>>
links






|